Caro Marcello,
Questa lettera non la leggerai mai, la scrivo per me stessa, per sfogarmi, per ritrovare la serenità. Se mai la leggerai, spero che tra di noi si sia sistemato tutto.
Ho sempre avuto una cotta per te, dalla prima volta che ci siamo visti che, non so se ricordi, eravamo al bar dell’angolo dopo essere scesi dal pullman. Se non ricordo male, eri con il tuo amico Andrea e stavi ripassando filosofia, forse Aristotele. Io non ci capivo nulla, non avevo ancora iniziato a studiarlo. Ricordo i tuoi grandi occhi verdi che mi sono subito piaciuti, avevo il desiderio di capirli e di leggerli.
Da lì in poi mi è sempre piaciuto vederti, incontrarti nei corridoi, chiacchierare, prenderci in giro. Ricordo il nostro primo bacio, in corriera. Stavi per scendere dalla fermata, ti sei voltato, mi hai preso il volto e mi hai baciata. Tutte le fermate successive le ho fatte con il sorriso. Sono scesa contentissima.
Per vari motivi, non ci siamo più sentiti. Io ho avuto altre storie con altri ragazzi e tu hai fatto lo stesso. Ci siamo persi di vista, fino all’anno scorso o addirittura quest’anno, dove spesso nei corridoi ti cercavo, ti vedevo, passavo facendo finta di niente e tu mi salutavi. Mi mettevi il sorriso sulle labbra.
A inizio agosto sei venuto a prendermi con la macchina. Era molto strano per me, che non mi sarei mai immaginata che un giorno saremmo usciti davvero, dopo tutti i casini in cui siamo stati. Abbiamo bevuto qualcosa, siamo saliti in castello e avevo una voglia pazza di baciarti. Non ero sicura di cosa tu provassi in quel momento, ma alla fine sei stato tu. Eravamo in macchina, fermi e mi hai guardata, io ti ho guardato e mi hai baciata. Ci siamo baciati. Ricordo che ti ho detto “Finalmente! Sono felice.”
Siamo usciti spesso in quei giorni, siamo andati al lago, a fare shopping. Una mattina siamo addirittura andati sulla cima di una montagna. Probabilmente non capirai quanto sia stato importante per me. Ho fatto molta fatica a salire, avevo il fiatone e tu mi rassicuravi dicendo “Se hai bisogno di fermarti, ci fermiamo. Tranquilla.” Era quello che avrei voluto sentire, perché mi ha fatto capire in quel momento che mi stavi capendo, stavi capendo la mia difficoltà, la mia fatica. Con le numerose pause, ho iniziato anche a sentirmi in colpa per farti fermare ahah. Quando siamo arrivati in cima, ero felicissima. Ero orgogliosa di me e avevo accanto una persona meravigliosa. Osservavo il panorama e pensavo “Quanto è bella la vita?” “Quanto è bello essere quassù e vivere questo momento con te?”.
La sera dello stesso giorno, siamo andati a un parco divertimenti. Siamo andati con la tua macchina, abbiamo fatto varie giostre, abbiamo cenato. A cena abbiamo parlato di me, ma non ricordo come sia saltato fuori questo argomento, forse da un tuo “Non parli tanto”. Mi hai ferito perché ero abbastanza sicura di me nel pensare che almeno tu non avresti subito notato questo mio grande difetto. Come già tu sai, Marcello, non parlo spesso. Preferisco tenermi tutto dentro, tutti i miei pensieri, le mie idee, ciò che penso realmente, lo racchiudo nel mio cervello. Nella mia testa circolano mille pensieri, brutti e belli. Ho la voce che non esce, a volte. Penso “No, devo dirlo. Sara, cazzo. Dillo.” E la voce mi si blocca, come se non ce l’avessi. Non trovo il coraggio nel dire ciò che penso perché penso possa rovinare qualcosa.
Quella sera mi vergognavo. Non volevo che scoprissi subito questa mia grande imperfezione, mi è venuto da piangere. Ti ho chiesto scusa, scusa se non ti dico spesso ciò che penso o anche solo quattro chiacchiere.
Tu mi hai abbracciata, mi hai detto di non preoccuparmi. Mi hai fatta sentire giusta nel mio difetto.
Quando siamo andati al cinema, a metà film, ho iniziato a guardarti. Mi facevi le coccole, guardavi il film e mangiucchiavi popcorn. Ho pensato “Quanto sei bello.” “Forse mi innamoro davvero stavolta.” Ero in uno stato di benessere che era da tanto che non provavo.
Ora vorrei parlarti di quando mi hai confessato di sentirti apatico, senza emozioni. Mi hai detto che non ti sentivi bene, ma strano. Insicura come sono, ho iniziato ad andare in panico. Il mio intestino, che con te è sempre andato d’accordo, ha iniziato a ribellarsi. Ero ansiosa di sapere di più di questo tuo malessere, che ho iniziato a sentirmi male fisicamente (e solo a scriverlo, mi viene di nuovo il mal di pancia). All’inizio ho pensato che fosse solo una cosa passeggera, che ci saremmo visti per parlarne e ti avrei aiutato a stare meglio. E invece così non fu. Nei giorni seguenti mi hai raccontato del desiderio di una pausa da tutto e tutti. Ho continuato a tenere alto il morale, a mantenere la positività perché le paranoie e il pessimismo mi fanno stare malissimo. Rispondevi tardi e male ai miei messaggi. Avevo capito che non saremmo stati come prima. Avevo capito che qualcosa era successo.
Ti ho pensato il mio primo giorno di scuola, che mi ero immaginata in modo completamente diverso. Lo avrei voluto iniziare con te, andare a pranzo e passare il pomeriggio assieme. A ogni ora di lezione pensavo a cosa fosse andato storto tra di noi. Mi tormentavo alla ricerca di una risposta a tutte le mie domande. E tu, Marcello, non mi hai ancora dato nessuna risposta. Ho sperato che tu mi scrivessi per poterci vedere, per parlare, per far sì che se le cose devono essere concluse, io posso andare avanti. Ancora stanotte, sono in uno stato di confusione, non so nulla di ciò che è successo. Abbiamo interrotto i rapporti, senza una spiegazione.
Ciò che più vorrei da te, ora, Marcello, è la verità. Vorrei che ci vedessimo, per parlare, per chiarire. Mi dispiace e mi fa stare male non sapere nulla. Sono certa che tu sai ciò che vuoi. Vorrei aver potuto aiutarti nel tuo momento di apatia. Vorrei aver potuto capirti, ma hai preso la decisione di escludermi fuori. Hai preferito la scelta di ignorarmi, come fai ogni mattina fuori da scuola. Vorrei poter andare avanti, vorrei poter dimenticare quanto mi hai fatto stare bene e quanto mi mancherai, ma non me ne capacito se non confessi la verità.
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